sabato, 02 agosto 2008 | in :

Quanto ci vuole per strappare ad un olivo le sue radici? Quanto coraggio per tirarle fuori dalla terra rossa e contemplarle, nude, come cadaveri di annegati? Quanto basta perchè svaniscano come bolle nell'aria?

Quanto vale la promessa di un albero solitario dalla chioma ad ombrello? E il sangue umano sparso su un ramo come sigillo?

Quanto costa la solitudine, quanto abbaglia, quanto regala?

Ci sono tanti tipi di nulla. Il nulla del troppo, e il nulla del poco, e persino il nulla del tanto-basta. Non interrogarsi è una specie di nulla, aver compreso tutto conduce al nulla, spendere la vita per un'unica, gradiosa idea apre le cortine del mondo, svelando il palco del nulla.

Il nulla qui è bello. E la Bellezza è tutto. La Bellezza fiorisce nella mente che la ama.

Il cielo è vuoto, ma è bello! La campagna arida e desolata, ma è bella! La pietra spaventosamente bianca e lucida, il suono attutito, le parole ostacolate dal brusio elettrico del mare. Le fisionomie confuse dal sudore e dal vino. Il vino mescolato e perduto tra le risate. Tutto è mobile, e vano. Tutto prospetta il nulla. Oh, ma quanto è bello! Un vortice che esalta lo spensierato Niente!

L'ho riacciuffato il mio Salento!?

Vorrei perdermi ancora in te, proiezione infinita di mari, di venti, di soli! Come fare? Oggi ti ho sentito suonare...scuotere le vele, alzare le ancore di nebbia bianca, salutare coi fazzoletti all'uncinetto le mogli sulla banchina. Hai suonato ancora, vita mia, terra mia?! Ma la vita prosegue, e la mia mente è lontana, scorre sulle acque liete e composte, su acque fluviali, su ombrose distese di verde profondo.

Qui, dove persino l'ombra è arida, qui dove giace la sostanza del mio cuore. Qui, dove la terra finisce, sbattuta da due mari, che sono uno solo. Qui le mie fibre si compongono, filamenti di vuoto intrecciati a erbe selvaggie e spinose. Qui si rivela l'essenza delle cose. Come il sole, astro e Dio e palla di fuoco. Tutto privo di ragione, tutto intriso di pensiero. La volontà crolla, ma libera, può finalmente agire. Vivamus!

Dolce color d'oriental zaffiro, purissimo cielo, veleno d'inerzia, segreto del mondo: visione di casa.

(Dante Alighieri, Comedìa, Purgatorio, canto I, v.13, ed Io)

sakuyakira666 @ 15:08 | commenti (popup) | commenti
lunedì, 30 giugno 2008 | in :
"Se in te mi esprime il risveglio
se io tutto
avvampo e sono mente,
io tuo seno, realtà:"
[...]
Riproposte realtà
qui dal vuoto che smuore
vi attendo perchè io sia. [...]"

Non ci è dato essere nemmeno un'applicazione dell'infinito. Niente identità furtive, sentimenti di splendore, semi del peccato. Niente, se non un nodo di carne e sangue autocosciente. Battito che batte per impulso di elettricità. Mostri come il cadavere del dr. Frankestein. Il nostro sembiante, maturato a caso, come unica essenza. Oh, Dio, perchè non ci sei, e punisci? Perchè non mi restituisci la mia umanità?

Estranea a me stessa mi ostino a vivere. La mia mente vaga di pensiero in pensiero, schiava di umori, atomi, e di ogni materia vuota che rimbalzi sui sensi. Penso in un modo, e nuove immagini si affollano. Il cervello lavora, e tocca, annusa, vede, gusta, ascolta, affonda. Muta la forza della pompa cardiaca e trascolorano i sentimenti. Eternità dannata, anche nel fuoco, perchè non esisti?

Materia, pozze di fango, grumi di sangue incrostato, corpo impaziente di divorare. L'anima spenta sparisce dietro l'ultimo tramonto, senza emozione. E ti guardi allo specchio, e la faccia è sempre la stessa, ma dentro ti infuria l'inferno. E, nel giro di qualche anno (ma mesi, avolte, giorni!), tutti intorno ti sembrano fantasmi, ladri dei corpi conosciuti. La memoria fa spazio negli androni cerebrali. Dimentico l'amore e il dolore scomparso, e tu, un'altra persona. Possiamo vivere morendo di giorno in giorno...
sakuyakira666 @ 13:44 | commenti (4)(popup) | commenti (4)
martedì, 03 giugno 2008 | in :
L'ho verificato nel mio cuore: lo amerò per sempre. Perché vorrei poter essere come lui, anzi vorrei tornare ad essere come me, come in origine ero, e come, ho il dubbio, sono davvero. Perché rappresenta il mistero che mi porto dentro, incarnato in un altro essere fuori di me, che posso indagare, mi può insegnare. E' un'apparizione: emanazione e uomo indipendente. Si tratta di Narcisismo? No, non credo. Il solito desiderio insopprimibile di paradisi perduti, la blasfema ricerca di un tempo immobile, che cavalchi all'indietro gli anni, prima che il peccato mortale della negazione si impossessasse di me. Fino ai tempi del male innocente, innocentemente pensato e innocentemente fatto, senza problemi. Quando questa muraglia, era solo un solco di biglia nella sabbia, e il confine non era un confine. Allora, quando, nella purezza del mio candore, vivevo come un Dio, solo per me stessa, pensando i miei pensieri, fuggendo o schiacciando appena possibile amici e nemici. Come ho potuto pensare (o giorno maledetto e ingannevole!) di dover mutar stile e vita? E da allora, non riuscendo a cancellarmi del tutto, nè raggiungendo una nuova identità, la mia anima scissa, come asservita a precetti e cortese educazione, vuole il male, ma fa solo il bene. E quando lo vedo incedere, con quella sicurezza priva di ostacoli, con la grandezza che mi portavo negli occhi, eppure con una stanchezza più consapevole di quanto io mai potrei sopportare, l'invidia mi sbrucia le ossa, e lo odio, e lo amo enormemente.

Poi è successo qualcosa. Come ci sono potuta ricadere, proprio ora che non sono nemmeno guarita? Eppure potrei innamorarmi ancora, forse con più serenità. Ma che ne sarà di me? Morirò per sempre? Sarò una persona normale? Posso davvero mettere in gioco la mia anima spezzata? Come comportarmi al di fuori di me?
E, nonostante i mille dubbi, vorrei gettare i due sacchi che trasporto da sempre. Il dovere, dietro, che mi schiaccia la schiena, e l'orgoglio, sul davanti, che mi piega lo sguardo. Vorrei liberarmene e comprare quel vestito a fiori in vetrina, di una qualche stoffa leggera (taffetà o raso, chissà!). E andare, coi fiori indosso, la forma libera dell'abito gonfiata dal vento, un sandaletto trattato a smalto, a guardare le stelle. La serata afosa appena appena, giusto per arrossare le guance, far brillare la fronte e il petto con perline di sudore, e rendere il respiro più profondo. Voglio andare lì nel cortile, quella notte, e il cielo dovrà essere pulito e sovraffolato di stelle. Mi siederò sulla sdraio da giardino e non sentirò il corpo, tanto sarò abbandonata. Senza desideri, senza battaglie, sul cuore del mondo. E vorrei ci fosse anche lui, non dirò chi dei due. Come bambini, ricominceremo a sognare. Dimenticando che le cose sono cambiate, e che le corde argentee dell'arpa si sono spezzate, e che non sentiamo più. Parleremo la lingua dei fantasmi, varcheremo le profondità marine, voleremo come falene notturne verso la luce. Infine, il tempo famelico ricomincerà a muovere i suoi meccanismi arruginiti, appenderà di nuovo il sole oltre l'orizzonte. E noi ci bruceremo le ali, e cadremo a terra, e strisceremo, miserabili insetti incapaci di amare.
sakuyakira666 @ 13:01 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
giovedì, 10 aprile 2008 | in :

Ogni amico ti ruba un pezzo di cuore...così viviamo anche da morti, persino quando siamo morti ancora in vita. Ora so che Erika condivide un pezzo del mio essere. Forse tutti noi eravamo una sfera perfetta, oggi siamo singoli frammenti di luce.

sakuyakira666 @ 20:56 | commenti (4)(popup) | commenti (4)
mercoledì, 26 marzo 2008 | in :

Non scrivo da più di due mesi. Due mesi di esami, di sogni disturbati, di rimpianti e di resurrezioni. Due mesi di persone. Due mesi in cui il tempo della vita ha aggredito e fatto marcire il tempo della poesia. Per scrivere, per scrivere contro la smemoratezza degli anni, bisogna aprire lo sportellino di vetro sul cuore, e attingere direttamente al sangue dello spirito. Al sangue trasformista, al sangue infuocato. Si dà in pegno la propria vita. Nessuno è eterno. La vita è il prezzo di un granello di eternità. 

Non ricordo granchè ... la memoria si confonde, ha corso troppo, vergognosamente sollecitata dai volti. Non so spiegare un granchè ... posso fare solo dei nomi: Stefano, Andrea, Nadim, Erika, Giuseppe, Costanza, Emiliano, Maria Grazia. I miei primi mesi di università ormai volati, lontani, quando uscivo la mattina senza aspettarmi niente, stanca ormai di cercar casa, persa, e ogni notte, piangevo. Primi mesi a Pisa, col vento di polvere bianca, e il sole bianco, dietro al vento, e il mezzogiorno bianco, troppo luminoso per essere giorno, troppo per essere morte. I miei posti segreti, nascosti, il batticuore a percorrerli, sola. Il vento era sempre fortissimo. E priva di un'anima mia, vedere attraverso gli altri. Fantasmi. Ho girato intorno alla stazione come un pescecane, creando le storie, senza il coraggio di parlare con un vecchio clochard tremendamente interessante: chissà che pensieri, chissà che sogni! Perduti, come tanti desideri, misteriosi abitanti dei crateri lunari. Ricordo quell'uomo che mi ha chiesto qualche euro per partire, giù in stazione, rassicurandomi: non sono un terrorista, disse. Non ho paura, risposi. Non avevo paura. Avevo accettato qualsiasi destino senza fiatare. Frugai in tasca, comunque, svuotandola nella mano dell'uomo-non-sono-un-terrorista. Gli augurai buona fortuna. Mi ringraziò e se ne stava andando. Lo chiamai, facendolo voltare. Ho bisogno anch'io di un augurio, urlai nel caos delle partenze, nella gioia degli arrivi. In bocca al lupo, disse. Crepi, mormorai. Ed eccomi ancora in corsa, eccomi combattente, eccomi con i vessilli persi nel vento bianco. Ho visto in quel bianco ciò che non posso raccontare. Rimpiango la vita di vetro, la vita senza spiegazioni, la vita pacifica di serena disperazione. Ho sognato di essere ancora nel vento, uno dei lunghissimi pomeriggi in biblioteca. Avrei scritto? Non credo, avevo perso tutto di me. Mi accontento dell'Arno notturno, il mio padrone, la mia porta, il mio sarcofago. E di incotrare sul ponte, dove si è consumato più di un segreto, i miei amici, immensamente migliori dell'affascinante niente. Forse sono stata anche felice.

Mouisse caput uisa est argentea serpens

(Decius Iunius Iuvenalis, Satura VI)

sakuyakira666 @ 11:13 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
lunedì, 14 gennaio 2008 | in :
Amo Pietro Citati. E' precisamente il critico letterario come dovrebbe essere. Come un mago conosce così a fondo la natura da ricrearla, da trasformarla, così il critico deve illuminare le opere dei grandi classici della sua luce. Il critico deve essere come un camaleonte brasiliano, pronto a mutar colore a seconda del fiore su cui si posa. Un'opera critica non può esimersi dall'essere un'opera d'arte. Il critico ha una doppia responsabilità, deve onorare ugualmente la lucidità di giudizio e la poesia della scrittura. Senza dimenticare il titolo, che da solo può rappresentare la vetta più alta di uno studio attento e di una ricerca appassionata.

Insomma, amo questo Citati, la sua figura aristocraticamente lontana dalla banalità, ma in qualche modo immersa nella vita del mondo, da poter connettere universi, luoghi remoti e tempi lontanissimi, in un'opera unitaria. Una leggerezza innaturale la pervade, questa storia dell'Occidente, e una resina artistica stilla da ogni parola. Non sembra di leggere, ma di chiaccherare con un maestro e con un amico, fino a che la sfilata dei nostri padri, dei nostri artefici, non compare e si viene a sedere alla stessa tavola di noce. E, con il camino alle spalle, a capotavola, eccolo sempre lui, Citati, arbitro e vittima  di quei grandiosi destini.
sakuyakira666 @ 12:40 | commenti (6)(popup) | commenti (6)
sabato, 12 gennaio 2008 | in :

C'è, nello studiare, qualcosa di profondamente inumano, o, meglio, nello studio rocambolesco e forzato delll'ultima ora. Non sono ancora riuscita a scrivere quella breve critica su La Chimera di Campana, nè di riportare il San Silvestro di Hoffmann, di rivedere il mio componimento su Ulisse, di esaltarmi di aver scoperto il genio di Camus, persino di parlare degli ultimi libri acquistati e del mio doppio: Enoch Soames. Tuttavia, ho scritto. Ieri ho letto un pò di poesia haiku, oggi alcuni versi di Andrea, di un neoclassico orientaleggiante, e persino due quartine di Elia, tra il tradizionale e l'antimelodico. Tutto questo (nonchè le suggestioni chimeriche e nipponiche) ha prodotto una lirica dal sapore strano, con un'accenttuato espressionismo coloristico, ma che, almeno nelle mie intenzioni, dovrebbe mantenere un'atmosfera lieve e rarefatta, sognante. La riporto, insieme alla vecchia celebrazione dei giorni camigliatellesi, nella speranza di non perdere quelle righe e quelle emozioni. Nota: non so se il mio stile si evolve o si sta lentamente annichilendo: miglioro o peggioro? La mia risposta non è per niente incoraggiante...

 

LA FATA

 

Ricordo

il mio viaggio segreto

a Osaka:

mi prese la fata delle nevi,

quell'angelo ghiacciato.

 

Portavo un kimono rosso.

 

Ci perdemmo trai viali,

trai giovani al tempio,

trai desideri

del nuovo anno

in pegno agli Dei.

 

Il mio kimono pulsava

dal suo demoniaco

sangue,

come una torcia

nella nera neve notturna.

 

Ricordo ancora la città

lontana

con la nostalgia dei sogni,

e la mia bellissima fata.

 

Le sue impronte

di lepre,

quasi piume sulla neve

immortale.

 

 

UN GIORNO, PER CASO

 

Ai rami alati dei pini

 

A una stilla di resina innamorata

di mare

 

Al cuore addormentato del lupo

 

Al vetro vivo di un ruscello

bambino

 

Agli occhi di lago

riflessi nel cielo

 

Al ceruleo tramonto

di aghi e montagne

 

Ad una parola sospirata,

urlata, ritrovata

 

Alle mille stelle non viste

e a quelle sfumate in un volto

 

All’animo che non sa riposare

e affoga nella sua vita

 

Ai bianchi arabeschi

e ai neri

su una punta di freccia rubata

 

Grazie!

sakuyakira666 @ 16:12 | commenti (15)(popup) | commenti (15)
lunedì, 07 gennaio 2008 | in :

Omnia vincit Amor, et nos cedamus Amori.

Publius Vergilius Maro, Bucolica X, 69

Was aus Liebe getan wird, geschieht immer jenseits von Gut und Böse.

Friedrich Wilhelm Nietzsche, Jenseits von Gut und Böse, aph.153

 

Due uomini, due pensieri remotissimi, 1914 anni, ma lo stesso giorno (il 15 ottobre), diverse centinaia di chilometri, un solo sentimento. Ha del miracoloso!

sakuyakira666 @ 13:19 | commenti (6)(popup) | commenti (6)
mercoledì, 19 dicembre 2007 | in :

Senza dubbio brillante, senza dubbio incandescente, senza dubbio maledetto. James Michener lo descrive così, paragonandolo al romantico inglese Thomas Chatterton. Le parole sono il vero strumento dell'immortalità: Truman Steckfus Persons Capote, l'infinità virtuale del suo spirito, sarà riassunto per sempre in tre semplici definizioni. Scrittore, artista, dandy. Lo paragonano ad Oscar Wilde, ma io non posso non pensare anche a Proust e a Fitzgerald. Sfacciato. Una delle sue ultime interviste porta questo titolo: "Sono un alcolizzato. Sono un tossicomane. Sono omosessuale. Sono un genio".

Mi evoca sensazioni contrastanti. Un cadavere lasciato decomporsi nell'acqua di rose, in una vasca di porcellana bianca...il pavimento di marmo venato, color brandy...drappi di velluto sanguigno a rivestire, per pudicizia, la scena. Truman Capote era fuori luogo, come mi sento anch'io. Gli anni ruggenti l'avrebbero potuto ospitare, o la ville lumiere o un boulevard vittoriano. Il Truman Capote intellettuale, gran conversatore, arbiter elegantiae, non può essere nato a New Orleans, aver sofferto l'abbandono dei genitori, aver pianto chiuso a chiave dalla madre in una buia stanza d'hotel. In quell'uomo perseverava un lato tragico, un marciume ribollente miseria, odio, frustrazione.

Scrive "Breakfast at Tiffany's", frequenta stelle del cinema, ed è invitato alle feste più esclusive. Poi, succede qualcosa di travolgente: l'omicidio. Truman Capote ci ricaverà il suo ultimo libro "In cold blood". La stesura del romanzo-documentario è al centro del film "Truman Capote: a sangue freddo", che ho visto giusto stamane. Ho pianto. Truman si rispecchia nel più giovane dei due assassini, Perry Smith, vede ciò che sarebbe potuto essere, if...non è qualche merito, una superiore bontà, che ha garantito al primo fama e denaro, e al secondo la morte, solo la diversa tempistica della volontà: Truman è uscito dalla porta principale, ha lottato per entrare al New Yorker, Perry ha ucciso. Storia simile, stessa volontà, solo tempi diversi. Ogni giorno, ogni singolo istante, prendiamo delle decisioni, operiamo delle scelte. Alcune risultano insignificanti, altre decisive. Ho il terrore di aver mancato l'attimo della scelta cruciale, di essere stata privata, per sempre, di qualsiasi identità.

La malvagità dello scrittore, ecco la bellezza nascosta del film. Truman Capote, nonostante la sofferenza invicibile nel dover trattare col se stesso depravato, omocida, non demorde. Continua a fondersi col suo libro prima ancora di scriverlo, poi comincia l'interminabile stesura. E' una tortura. Un parto durato sei anni. Non riesce più a vedere Perry, ha bisogno della sua morte. Lo priva dell'amicizia, di qualsiasi tipo d'aiuto. Perry DEVE perdere l'appello alla Corte Federale, e così sarà. Lo consegna alla corda. L'inversione dei ruoli è lenta, graduale, studiata. Veniamo a conoscenza dei particolari del delitto, e insieme, della sensibilità folle di Perry, di una certa dolcezza. Truman, invece, appare spietato: è pronto a sacrificare chiunque per scrivere il suo libro, a fingere, a mentire. Perry ha ucciso per un raptus momentaneo, Truman lo sta facendo "a sangue freddo". Perry muore. In cold blood è finito. Truman, distrutto. Non riuscirà più a completare un romanzo. La scrittura è un'amante instancabile, complicata, viziata e possessiva. Insieme, lo scrivere è di divina importanza. I libri sono la memoria dei popoli. Quello che saremo tra mille anni, sarà solo quello che scriveremo e scriveranno di noi. Scripta manent. Lo scrittore decide chi muore e chi sopravvive, chi è giusto e chi corrotto. Ciò che distrugge Truman non è la consapevolezza di aver lasciato morire Perry, ma di averlo ucciso in eterno, con le parole del libro, cristallizzando i suoi tormenti nella glaciale indifferenza di un killer.

sakuyakira666 @ 14:46 | commenti (15)(popup) | commenti (15)
mercoledì, 19 dicembre 2007 | in :

Ascoltami, i poeti laureati

si muovono soltanto fra piante

dai nomi poco usati: bossi lagustri o acanti.

Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi

fossi dove in pozzanghere

mezzo seccate agguantano i ragazzi

qualche sparuta anguilla:

le viuzze che seguono i ciglioni,

discendono tra i ciuffi delle canne

e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

( Eugenio Montale, I Limoni )

 

Quale stupidità! Perdersi...Ho violentato la mirabile natura del perdersi! Perchè ho bendato i pensieri, tagliato il nastro alla rossa creazione? Male Leyla, male...

Archiviato Dio, avevo bisogno di un capro di oricalco? Retorica, amore, mistero...guardati dai punti interrogativi senza domanda, dal sangue senza fuoco, dalla decadenza senza redenzione.

Comunque, denuncio la mia ignoranza: non conosco la differenza fra un ascelpio maggiore e una strofa saffica, nè il periodo ipotetico dipendente latino. Tuttavia, so imparare, assorbire, trasformare. Ho l'inacquisibile, oppure la possibilità di averlo. Il marchio del doctus, bruciato sulla viva carne dal gaucho alla mandria, non vale l'alloro spirituale. E' di un verde che non potete vedere, che non esiste.

Niente piedistalli, nè barriere al vivo bene e al vivo male, in un incessante fluire marino. I piedistalli servono alle statue, non agli uomini. La tecnica del verso è compito dell'assemblatore di cadaveri, o del collezionista di francobolli. Io sono l'auleta. Io sono la corda che preme il violinista, il legno chiaro dello strumento, la musica e il vento che la invola. Io sono l'orecchio che ascolta, la mano che crea. Io sono il mondo che accoglie, sono l'abisso che richiude. Io sono tutte le canzoni, ed una in particolare. Io sono la danza. Io sono lo spirito della sola parola su cui si spende la vita. Io sono il sacrificio e il sacrificatore. Io sono l'ostia che invoca il retore esausto una notte divina. Io sono la poesia.

Grazie, Ste...questo lo dedico a te!

sakuyakira666 @ 12:37 | commenti (4)(popup) | commenti (4)